Lettera alla Madre Superiora

Questa lettera è tratta da “Storia di un’anima“, di s. Teresa del bambin Gesù. Un libro che so presenta come una lunga commovente lettera della santa ormai moribonda, ad appena 24 anni!
In questo stralcio si parla della Carità ed è un insegnamento sull’amore che ogni cristiano dovrebbe leggere e meditare tutti i giorni.

 

therese601Quest’anno, cara Madre, il Signore mi ha concesso la grazia di capire che cosa è la carità; prima lo capivo, è vero, ma in un modo imperfetto, non avevo approfondito queste parole di Gesù: «Il secondo comandamento è simile al primo: amerai il prossimo tuo come te stesso».
Mi dedicavo soprattutto ad amare Dio, e amandolo ho capito che l’amore deve tradursi non soltanto in parole, perché: «Non coloro che dicono: Signore, Signore! entreranno nel regno dei Cieli, bensì coloro che fanno la volontà di Dio».
Questa volontà Gesù l’ha fatta conoscere varie volte, dovrei dire quasi in ciascuna pagina del suo Vangelo; ma nell’ultima cena, quand’egli sa che il cuore dei suoi discepoli brucia ancor più di amore per lui che si è dato ad essi nell’affabile mistero della Eucaristia, questo dolce Salvatore vuole dare un comandamento nuovo. Dice loro con tenerezza inesprimibile: «Vi do un comandamento nuovo, di amarvi reciprocamentecome io ho amato voi, amatevi l’un l’altro. Il segno dal quale tutti conosceranno che siete miei discepoli sarà che vi amate scambievolmente» In qual modo Gesù ha amato i suoi discepoli, e perché li ha amati? Ah, non erano le loro qualità naturali che potevano attirarlo, c’era tra loro e lui una distanza infinita. Egli era la Scienza, la Sapienza eterna; essi erano dei poveri pescatori ignoranti e pieni di pensieri terrestri. Tuttavia Gesù li chiama suoi amici, suoi fratelli. Vuole vederli regnare con lui nel regno di suo Padre, e per aprir loro questo regno vuole morire sopra una croce, perché ha detto: «Non c’è amore più grande che dare la vita per coloro che amiamo».

Meditando su queste parole di Gesù ho capito quanto l’amore mio per le mie sorelle era imperfetto, ho visto che non le amavo come le ama Dio. Capisco ora che la carità perfetta consiste nel sopportare i difetti degli altri, non stupirsi delle loro debolezze, edificarsi dei minimi atti di virtù che essi praticano, ma soprattutto ho capito che la carità non deve restare affatto chiusa nel fondo del cuore: «Nessuno – ha detto Gesù – accende una fiaccola per metterla sotto il moggio, ma la mette sul candeliere affinché rischiari tutti coloro che sono in casa». Mi pare che questa fiaccola rappresenti la carità la quale deve illuminare, rallegrare, non soltanto coloro che mi sono più cari, ma tutti coloro che sono nella casa,senza eccettuar nessuno.

Ricordandomi che la «carità copre una moltitudine di peccati», attingo a questa miniera feconda che Gesù ha aperto dinanzi a me. Nel Vangelo, il Signore spiega in che cosa consiste il suo «comandamento nuovo». Dice in S. Matteo: «Sapete che è Stato detto: Amerete il vostro amico e odierete il vostro nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici, pregate per coloro che vi perseguitano». Senza dubbio, nel Carmelo non s’incontrano nemici, ma in definitiva ci sono delle simpatie, ci si sente attratti verso una consorella, mentre un’altra vi farebbe fare un lungo giro per evitare d’incontrarla, così, pur senza saperlo, ella diviene un soggetto di persecuzione. Ebbene! Gesù mi dice che questa sorella bisogna amarla, che bisogna pregare per lei, quand’anche la sua condotta mi portasse a credere che ella non mi ami: «Se voi amate coloro che vi amano, che merito ne avrete? perché anche i peccatori amano coloro che li amano» (S. Luca, VI).
Ma non basta amare, bisogna dimostrarlo. Si è naturalmente felici di fare un dono a un amico, soprattutto ci piace fare delle sorprese, ma ciò non è affatto carità, perché lo fanno anche i peccatori. Ecco ciò che Gesù m’insegna ancora: «Date a chiunque vi chiede; e se viprendono ciò che vi appartiene, non lo richiedete». Dare a tutte coloro che chiedono, è meno dolce che offrire spontaneamente per l’impulso del cuore; ancora, quando ci chiedono gentilmente, non ci costa di dare; ma se per disgrazia non usano parole abbastanza delicate, subito l’anima si ribella se non è radicata nella carità. Trova mille motivi per rifiutare quello che le viene chiesto, e, solo dopo aver fatto sentire a chi domanda la sua indelicatezza, le accorda infine come grazia ciò che quella desidera. Se è difficile dare a chiunque domanda, lo è ancora di più lasciar prendere quel che ci appartiene senza pretendere che ce lo restituiscano. Madre mia, dico che è difficile, piuttosto dovrei dire che sembra difficile, perché il giogo del Signore è soave e leggero; quando lo si accetta, sentiamo subito la sua.
Dicevo: Gesù non vuole che io reclami ciò che mi appartiene; ciò dovrebbe sembrarmi facile e naturale, poiché niente è mio. Ai beni della terra ho rinunciato per il voto di povertà, non ho dunque il diritto di lamentarmi se mi viene tolta una cosa che non mi appartiene, e debbo invece rallegrarmi quando mi accade di sentirla, la povertà. In altri tempi mi pareva di non essere attaccata a nulla, ma da quando ho capito le parole di Gesù, vedo che, all’atto pratico, sono molto imperfetta. Bisogna bene, a volte, chiedere le cose indispensabili, ma facendolo con umiltà non si manca al comandamento di Gesù, anzi, si agisce come i poveri, i quali tendono la mano per ricevere ciò che loro è necessario: se vengono respinti, non se ne meravigliano, nessuno deve loro niente. Ah, quale pace inonda l’anima quando s’innalza al di sopra dei sentimenti della natura! Non esiste gioia paragonabile a quella che gusta il vero povero di spirito. Se chiede con distacco una cosa necessaria, e non soltanto questa cosa gli viene rifiutata, ma addirittura cercano di prendere quello che ha, egli segue il con­siglio di Gesù: «Abbandonate anche il vostro mantello a colui che vuol litigare per avere il vostro vestito»
Abbandonare il proprio mantello è, mi sembra, rinunziare ai propri ultimi diritti, considerarsi come la serva, la schiava delle altre. Quando si è lasciato il proprio mantello è più facile camminare, correre, perciò Gesù aggiunge: «E chiunque vi forzi a fare mille passi, fatene duemila di più con lui». Così non basta dare a chiunque mi chieda qualche cosa, bisogna che io vada incontro ai desideri, che mi mostri molto grata ed onorata di rendermi utile, e se prendono una cosa a mio uso, non debbo mostrare di rimpiangerla, ma al contrario sembrar felice di esserne sbarazzata.
Per fortuna non mi scoraggio facilmente, e per dimostrarglielo, Madre mia, finirò di spiegarle ciò che Gesù mi ha fatto capire riguardo alla carità.
Non sempre è possibile al Carmelo praticare alla lettera le parole del Vangelo, si è talvolta costrette, per ragioni di ufficio, a rifiutare un piacere; ma quando la carità ha gettato radici profonde nell’anima, si mostra anche all’esterno. C’e’ un modo così garbato di rifiutare quello che non si può fare, che il rifiuto fa piacere quanto il dono
E nemmeno si deve essere condiscendenti al fine di far bella figura o nella speranza che un’altra volta la sorella cui facciamo un favore ce lo restituisca, perché nostro Signore ha detto anche: «Se voi prestate a coloro dai quali sperate ricevere qualche cosa, che merito ne avrete? Perché anche i peccatori prestano ai peccatori alfine di riceverne altrettanto. Ma quanto a voi, fate del bene, prestate senza sperar nulla, e la vostra ricompensa sarà grande». Sì! la ricompensa è grande anche sulla terra. Prestare senza sperar niente sembra duro alla natura, si preferirebbe regalare, perché una cosa donata non appartiene più. Oh, gl’insegnamenti di Gesù come sono contrari ai sentimenti della natura! Senza il soccorso della sua grazia sarebbe impossibile non solamente metterli in pratica, bensì anche capirli.

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