(Anno B) XXIII Domenica del tempo Ordinario

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«HA FATTO BENE OGNI COSA: FA UDIRE I SORDI E FA PARLARE I MUTI»
(Is 35, 4-7a; Gc 2, 1-5; Mc 7, 31-37)

Pur avendola letta centinaia di volte, questa pagina di Vangelo non finisce mai di stupirmi. Anzitutto perché ci presenta Gesú sempre in cammino, che va incontro e si lascia incontrare da quanti hanno bisogno di Lui, della sua presenza carica di simpatia, della sua parola di grazia, della sua viva compassione. In maniera particolare, poi, perché il suo cammino non lo porta solo nella Galilea e nella Giudea, regioni abitate dagli ebrei, gente che reclama la sua identitá di popolo di Dio. Gesú infatti va e viene anche nelle regioni abitate dai pagani, come Tiro e Sidone e tutto il territorio della Decapoli. Con i fatti, Egli mostra che é venuto per tutti, perché tutti il Padre vuole salvare e a tutti vuole mostrare il suo volto, per mezzo del suo Figlio Gesú. Dio non fa particolaritá e non si lascia guidare da criteri umani di favore o di privilegio. Al contrario, proprio i poveri, i piccoli e i lontani sono quelli a cui rivolge maggiore attenzione, cosí come i peccatori sono quelli che Egli é venuto a cercare, per dar loro la grazia del perdono e la salvezza.
L’altro particolare che mi sorprende é l’espressione colma di stupore e ammirazione della gente di fronte alla guarigione del sordomuto: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!». In verità é proprio questa frase che mi fa riflettere. Perché equivale a dire che riuscire a rendere una persona capace di ascoltare e di entrare in sano e costruttivo dialogo con gli altri sia la cosa più difficile e straordinaria che si possa compiere.

La descrizione del miracolo infatti é molto accurata e Marco segue attentamente le varie fasi del processo di guarigione fino al risultato finale. La prima cosa che emerge dal racconto é la sensibilità delle persone che si prendono cura del sordomuto. Egli é incapace di esprimersi e quindi sono altri che lo portano a Gesù e fanno la richiesta di guarigione in nome suo. Essi chiedono a Gesù di imporre la mani sul loro amico. L’imposizione delle mani é un segno di invocazione, ma anche di comunicazione e trasmissione di potenza di guarigione. Ma Gesù fa molto di più. Prende per il braccio il malato, lo porta in disparte dalla folla, quasi a volerlo sottrarre dall’anonimato e chiamarlo ad entrare in relazione personale con Lui. Poi tocca le orecchie, per togliere l’ostacolo della sua sordità, e con la sua saliva, come soffio materializzato, gli tocca la lingua, per ridargli la capacità della parola. Quindi alza gli occhi verso il cielo (gesto eucaristico), perché ogni buon regalo viene dal Padre della luce, che vuole il bene dei suoi figli, e sospira. Bellissimo questo particolare. Il sospiro di Gesù é il segno del suo coinvolgimento nella sofferenza umana. Gesù piange per la condizione miserevole in cui si trovano gli uomini, come poi ha pianto sulla città di Gerusalemme. Tanto intensa é la sua compassione, che Marco ha conservato intatta l’espressione del grido di Gesù in lingua aramaica: «Effatà», cioè: «Apriti!». É un comando autorevole di fronte al quale si scioglie il nodo che tiene legate le orecchie e la lingua di quell’uomo, il quale diventa capace di ascoltare e di parlare.

Pur avendo ricevuto l’ordine di tacere, la gente non può trattenersi dal divulgare il fatto e raccontare dappertutto quello che Gesù ha compiuto. Gesù agisce con discrezione e non vuole essere conosciuto come colui che compie miracoli e guarigioni. Ma la gente non può far finta di niente. Se il Signore é passato, il suo passaggio non può rimanere inosservato. É bene riconoscere le opere di Dio ed é pure bene il farle conoscere. Chi ha fatto esperienza in prima persona della misericordia di Dio diventa automaticamente missionario. Tacere, in questo caso, equivarrebbe a tradire, e quindi non accogliere e non sentire la spinta interiore che ti porta a rendere grazie a Dio, che é capace di far scaturire acqua nel deserto e trasformare il suolo riarso in sorgente di acqua viva.
L’uomo di oggi ha urgente bisogno di essere chiamato in disparte, per sentire che c’é chi si prende cura di lui, per non lasciarsi travolgere dai rumori assordanti del mondo e dalle menzogne che vengono propalate da ogni parte e rendono le orecchie del suo cuore incapaci di ascoltare ed accogliere la parola di verità e di vita che Gesù ci ha donato.

Giuseppe Licciardi (P. Pino)

 

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Padre Pino
Padre Pino
Don Giuseppe Licciardi, sacerdote della diocesi di Monreale innamorato di Cristo e della sua Parola.

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