“Non ci indurre in tentazione”: è la giusta traduzione?

La preghiera tramandata dai vangeli e che invoca Dio come Padre è davvero difficile da tradurre con termini adeguati al nostro tempo. Prima ogni parola si accettava senza discussioni ora di tanto in tanto per ogni parola si monta una polemica. L'ultima è il "non ci indurre in tentazione". Può Dio mettere l'uomo alla prova fino a tentarlo al peccato?

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Non ci indurre in tentazione” ripetiamo ogni volta nella preghiera del “Padre Nostro”. Secondo molte voci  questa «non è una buona traduzione», come osserva anche papa Francesco. «La traduzione precedente non era sbagliata dal punto di vista esegetico, ma rischiava di essere “mal compresa dai fedeli”, perché non è Dio a tentare».
Alcuni si sono ribellati a questa modifica che cambia le abitudini ormai consolidate da due millenni e non sembra aderente al testo originale.
Vediamo di capirci di più.
Partiamo dal testo greco che è quello che ci è pervenuto nei vangeli. Lo troviamo scritto allo stesso modo nel vangelo secondo Matteo, al capitolo 6,13 e in quello di Luca 11,4.

καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν greco
kài eisenènkes hemàs eis peirasmòn traslitterazione
e non fare entrare noi in tentazione traduzione

 Sembra abbastanza evidente che “fare entrare” e “indurre” sono termini molto simili e il soggetto è sicuramente il Padre anche se l’idea che Dio ci faccia entrare in tentazione sia difficilmente digeribile. Tuttavia, dobbiamo riconoscere per onestà intellettuale che il testo dice proprio così: “non ci indurre in tentazione“. Anche se non ci piace o non ci conviene e l’idea di modificare la traduzione sia piuttosto scorretta. Anche se è il buon papa Francesco a suggerire la modifica.
Ma davvero Dio può spingerci dentro la tentazione? Come è possibile che il Padre così buono faccia una cosa simile? Giustamente siamo portati a chiederci. In realtà, secondo me, il problema neppure si pone o è posto male.

Per capire meglio, bisogna immergerci per prima cosa nel clima biblico e troveremo che tante volte Dio mette alla prova la fede dei suoi figli e lo stesso Paolo afferma che Dio, “ con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla” (1Cor, 10,13). Cioè ammette che Dio può dare la tentazione.
I termini usati nelle sacre scritture hanno radici linguistiche simili e tutte, seppur con sfumature diverse, evocano la stessa idea: l’uomo nel percorso verso la fede viene messo alla prova per scoprire la realtà profonda oltre le apparenze o viene tentato a recedere dal cammino o a procurarsi la salvezza da se stesso. Ora essere messi alla prova è ordinato alla vita, perché include l’idea di una sorta di purificazione, mentre cedere alla tentazione potrebbe condurre alla morte spirituale.
Ma chi è che prende l’iniziativa della prova-tentazione?
Inizialmente le sacre Scritture attribuiscono a Dio la responsabilità. Tantissimi sono gli esempi che troviamo nell’Antico Testamento. Poi la riflessione sapienziale fa intervenire un avversario dell’uomo, Satana, che da principio astratto assume lentamente i connotati di personificazione. È lui il tentatore dell’uomo che lo induce a peccare ed allontanarsi da Dio. Ovviamente il potere di questo seduttore deve essere sottomesso a quello dello stesso Dio, il quale da artefice diretto delle prove a cui viene sottoposta la fede degli uomini, ne diventa colui che lo permette (vedi il libro di Giobbe). In pratica cambia poco: sottomettere l’uomo direttamente alla prova o lasciarlo in balia di colui che ci tenta. Disturba meno, però questa idea. Ed è quella che è prevalsa nella riflessione successiva.
Ecco, questo è quello che credevano i contemporanei di Gesù ed è questa idea che ci è stata tramandata. Giusta o sbagliata, attribuibile o meno a Gesù stesso (anche questo è tutto da dimostrare) è questo che si chiede al Padre che tutto può: di “non farci entrare in tentazione”.
Ma se anche se così fosse, questa richiesta è così scandalosa?
Direi di no a ben guardarla.
Che l’uomo sia tentato a recedere dalla fede perché viene messo alla prova dalla durezza della vita è un dato di fatto. Nessuno può negarlo. Da dove provenga questa tentazione o questo male in cui siamo immersi e vittime poco importa. Quello che chiediamo al Padre è di evitarcele perché umilmente riconosciamo che non saremmo in grado di sopportarle: in sostanza, un’ammissione di debolezza. Chiediamo al Lui di risparmiarci le prove perché siamo deboli e fragili e destinati a soccombere, in generale secondo Luca, al maligno secondo Matteo.

Per cui eviterei tatticismi linguistici e arrampicate sugli specchi per piegare ciò che è scritto a ciò che che ci piace di più e non disturba la nostra interpretazione teologica. “Non ci indurre in tentazione” non ha scandalizzato nessuno per due millenni ed è ormai patrimonio del nostro modo di pregare. Perché cambiare? Rimaniamo fedeli alla lettera ma col cuore umile di chi si affida al Padre che ci ama e da cui tutto proviene e dipende.

Saverio Schirò

Fonti J.CORBON, Prova – Tentazione in X.LEON-DUFOUR, ED, Dizionario di Teologia Biblica, 1971 Casala Monferrato (AL)
W. TRILLING, Commenti spirituali del N.T, Vangelo Secondo Matteo, Roma 1964
A. LANCELLOTTI, Nuovissima versione della Bibbia, Matteo, Roma 1978
C. GHIDELLI, Nuovissima versione della Bibbia, Luca, Roma 1978

 

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Saverio Schirò
Saverio Schirò
Amministratore del Sito. Appassionato di Spiritualità e Teologia

2 COMMENTI

  1. Prendere un pezzo di una frase ed analizzarla a se stante ne può cambiare il significato. Al non ci indurre segue, ma liberaci dal male (maligno). Maligno che ci tenta, non è Dio. Dire non ci indurre, ma liberaci dal maligno è come dire scaccia il demonio, non lasciare che sia libero di tentarci. La stessa cosa l’ha pregata Gesù nella passione. Se si può che questo passi da me, ma sia fatta la Tua volontà. Le tentazioni nel deserto ci sono state e fortissime per un uomo.

    • Purtroppo non sono d’accordo con te, Alessandro. L’esegesi dei biblisti analizza ogni singola parola per cercare di comprendere il senso di una frase.
      Modificare la traduzione per compiacere una interpretazione piuttosto che un’altra mi sembra scorretto.
      Più onesto cercare di leggere la Sacra Scrittura nel contesto in cui è stata scritta.

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