L’omelia: consigli per i sacerdoti

Dopo la proclamazione delle letture, il sacerdote pronuncia l’omelia (dal latino homilia, dal greco homilein = conversare, intrattenere). Il celebrante, sacerdote o diacono, si rivolge direttamente ai fedeli commentando le letture del giorno.
Come si capisce dal termine stesso, l’omelia dovrebbe essere un discorso semplice, che riscalda il cuore, risveglia il coraggio, stimola a mettere in pratica le parole di Gesù. Come il Vangelo, attraverso l’omelia, il sacerdote annuncia buone notizie ai fedeli, ne ravviva la speranza e incoraggia il cammino di fede. Una omelia fruttuosa dovrebbe essere anzitutto una omelia breve! Dopo sette minuti, dicono gli esperti di comunicazione, l’attenzione cade drasticamente e tutto finisce per essere dimenticato.
Parliamoci chiaro: una predicazione efficace ed incisiva attira la gente e riempie le chiese e soprattutto aiuta i fedeli a fare esperienza viva della Parola di Dio. Sfortunatamente è vero anche il contrario. Così sentiamo commentare la Messa in base alla predica (la si chiama così, e non con un tono benevolo!): “lunghissima, sempre le stesse cose, una noia insopportabile, non ci ho capito niente, non l’ho seguita per niente…” e via di questo passo.
Fedeli più esigenti, fanno il giro in chiese diverse ogni domenica per tornarsene delusi alla parrocchia di appartenenza “tanto sono tutti più o meno uguali! Una palla!”
Altri subiscono stoicamente pensando ad altro durante la predica; altri ancora rinunziano definitivamente alla messa. Un vero peccato.
Il guaio è che per la maggior parte dei casi i fedeli non hanno torto: le prediche spesso sono antiquate nei contenuti e inefficaci negli effetti: spesso rimproveri (magari ai cristiani assenti!), moralismi ormai fuori tempo (più che altro lamentele sulla TV, Internet, la moda scollacciata…), sdolcinature piene di frasi retoriche (Dio è amore, Gesù è il buon pastore che conosce le pecore, la beatissima Maria vergine e madre alla quale affidiamo i nostri cuori…), ripetizioni delle letture appena ascoltate, beninteso con altre parole (come se fossimo tutti cretini o analfabeti!).
Bene che vada almeno venti minuti di parole, parole, parole che passano sopra le teste senza alcun beneficio per i credenti.
Non riguarda solo i sacerdoti di una certa età, cioè di una certa impostazione mentale, riguarda tutti, anche i più giovani che dagli anziani preti hanno imparato.
Il mondo delle comunicazioni è cambiato radicalmente, il modo di fare le prediche, no!
Non si possono fare prediche così lunghe, annoiano. La gente è ormai abituata a vedere i telegiornali dove notizie importantissime vengono passate in appena due minuti, e lasciano il segno. Poi si va in chiesa e sentono girare e rigirare la frittata in venti minuti senza approdare a nulla.
Occorre preparazione! Una predica preparata in un’ora di studio, preghiera e riflessione viene contenuta in cinque minuti efficaci, semplici, chiari, incisivi che toccano il cuore e aprono le menti. Una predica preparata in cinque minuti, superficialmente, leggendo qua e là, conduce a mezzora di chiacchiere senza costrutto che non lasciano proprio niente.
Lo diceva un sacerdote professore di teologia: ed aveva ragione! Basterebbe identificare, ogni domenica, due o tre tracce, due o tre concetti fondamentali, dalle scritture e farli diventare memorabili, cioè che si ricordano perché aiutano a riflettere ed imparare qualcosa che proviene da Dio. Meno parole umane e più spazio alla Parola che da sola, con l’aiuto dello Spirito Santo, penetra nei nostri cuori e li cambia, li trasforma. Una Parola che ha la forza in se stessa di diventare motivo di riflessione, preghiera e impegno di vita. È difficile? Sì, cambiare è difficile, ma non è proprio questo che significa convertirsi?

Saverio Schirò

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