Immigrati. Possiamo accoglierli e integrarli tutti?

Non è forse la famiglia, come la concepiamo in occidente, il vero ostacolo?

Il tema degli sbarchi comincia ad interessare sempre di più l’opinione pubblica italiana. L’aumento esponenziale di arrivi sta mettendo a dura prova alcuni Comuni che non riescono più a gestire l’emergenza. La gente comincia a mormorare, e se non possiamo ancora parlare di xenofobia dobbiamo ammettere che si tratta di insofferenza. Intanto dall’Europa arrivano segnali flebili e complimenti che hanno tutto il sapore acre dell’ipocrisia. A livello nazionale alcuni giornali di destra aizzano i lettori parlando di invasione, innescando negli stessi l’atavica paura del diverso, soprattutto se di estrazione islamica.
Fanno da contraltare le parole del Papa, di autorevoli uomini e donne della sinistra e di personaggi dello spettacolo e della cultura, che parlano di accoglienza tout court. Ma la domanda cruciale che pongo è: quanti “disperati” possiamo accogliere? e siamo disposti a condividere con loro il nostro stile di vita? Oppure decantiamo il nostro amore incondizionato per il prossimo e gli stranieri e poi li releghiamo ai margini delle periferie o li ammassiamo in un Centro di Accoglienza o in qualche struttura senza nessuna prospettiva di integrazione?
Volendo servirmi di un paradosso, credo che uno degli ostacoli che non permette alla maggior parte dei cattolici di aprirsi nei confronti dell’estraneo sia l’istituzione della famiglia e il concetto che noi occidentali ne abbiamo. Vedrò di spiegare meglio la mia tesi:
quando Gesù invitò gli apostoli a lasciare il padre, la madre e i fratelli per donarsi interamente agli altri, non aveva tutti i torti, perché è senza vincoli familiari che ci si può aprire agli altri in maniera incondizionata. La creazione di un nucleo familiare comporta di per sé l’impegno e il dovere di occuparsi materialmente del sostentamento del coniuge e della prole: prima vengono i miei figli, i miei parenti e i miei amici più stretti. Se poi c’è spazio per qualche altro, vedremo.
Ora, a parte qualche lodevole iniziativa di qualche famiglia, che realmente apre il cuore e mette in pratica il vangelo accogliendo qualche immigrato a casa propria, quante sono le famiglie disponibili a fare altrettanto?  Specialmente quelli del “accogliamoli tutti”. Certo se loro per primi dessero l’esempio e ne accogliessero qualcuno a casa, sarebbero più credibili. Ma nutro dubbi in proposito.
Quindi, in parole povere, secondo me, uno degli ostacoli che non permette anche ai più ferventi devoti cattolici di mettere in pratica le parole ascoltate durante i sermoni domenicali è l’idea di famiglia che fa leva sulla consanguineità. Il concetto di famiglia in senso allargato, cioè il sentirsi parte dello “famiglia degli uomini”, difficilmente farà breccia su stili di vita consolidati e status e di prosperità acquisiti.
E se dunque, perfino chi parla con gioia di vita eterna, di paradiso e di premio finale tentenna di fronte all’idea di condividere con degli estranei i propri averi, credo che difficilmente ci sarà in futuro, da parte degli stessi siciliani, quella stessa tolleranza di cui oggi possono essere fieri. Pensare all’istituzione di un’unica famiglia umana? Lasciamo perdere. Possiamo sperare nelle religioni? Assolutamente no. Soprattutto quando ad interpretarla sono lo scrittore Socci, i giornali di riferimento e i detrattori del Papa.

A questo punto non ci rimane che sperare nelle scelte autonome dei singoli, o nella capacità di alcune cellule familiari di contagiare e formare una catena di altre cellule in grado di creare piccole oasi di comunità solidali che ripercorrano le orme dei primi cristiani. Ma non osiamo sperare oltre. Ce lo insegna la religione cattolica, malgrado il tentativo di riportarla alle sue origini da parte di un certo Francesco.

Giuseppe Compagno  2017

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